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LUIGI PALMIERI, IL "PAPA'" DEL SISMOGRAFO
LUIGI PALMIERI (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 21 aprile 1807. Compì i suoi primi studi nel seminario di Caiazzo: Si laureò in matematica e fisica e poi in filosofia nell'Università di Napoli dove fu discepolo del Galluppi, allora molto celebre per l'impulso da lui impresso alla "filosofia italiana". Insegnò nei collegi di Salerno, di Campobasso e di Avellino e in seguito nel Real Collegio di Marina a Napoli. Nel 1834 aprì a Napoli uno studio privato nell'insegnamento della filosofia e si fece continuatore e difensore del maestro, sicché in seguito a suo ricorso venne chiusa la scuola di Bertrando Spaventa che si era fatto banditore dell'idealismo assoluto di Hegel. E anche quando sembrò aderire agli insegnamenti di Gioberti mantenne, fin dopo il 1860, non sopite animosità ideologiche verso lo stesso Spaventa. I suoi biografi affermano che la sua scuola privata contava oltre quattrocento discepoli e che i migliori rappresentanti del sapere a Napoli intervenivano ai saggi annuali di quei giovani. Nel 1843 pubblicò il primo volume delle sue Lezioni intorno alla filosofia della morale e del diritto. Nel 1846 e in seguito, altri saggi filosofici collaborando anche a giornali e riviste (Il Lucifero, Il Progresso, La Rivista Napoletana, Scienza e Fede, il Filatre Sebezio ecc). Il 13 dicembre 1846 morì Galluppi e l'anno seguente la cattedra di Logica e Metafisica venne affidata a Palmieri, che la mantenne sino al 1860 quando nel rinnovamento dell'Università di Napoli, quella cattedra venne assegnata a Bertrando Spaventa. Palmieri, invece, inaugurò la cattedra di Fisica terrestre alla quale si aggiunse l'altra di Meteorologia nella Scuola agraria di Portici. La nuova cattedra veniva incontro ai suoi desideri. Aveva già tradotto gli "Elementi di fisica sperimentali e di meteorologia" del Pouillet arricchiti da sue note a riprova della raggiunta sua competenza nella meccanica razionale. Nel 1840 aveva elaborato la sua prima memoria scientifica: Alcune esperienze di induzione del magnetismo terrestre. In seguito intraprese ricerche -durate oltre quarant'anni- sull'elettricità atmosferica imprimendo, in questo campo, orme durature. Pubblicò poi, in tre volumi le sue Lezioni di fisica sperimentale e di meteorologia. Nel 1856 dopo la morte di Macedonio Melloni, "il Newton del calore raggiante", ottenne la direzione dell'Osservatorio Meteorologico vesuviano, unico nel suo genere, che egli dotò di apparecchi sismografici e meteorografici da lui inventati e fra essi, il sismografo premiato con medaglia d'oro dalla Accademia di Lisbona "il primo vero apparecchio sismico a registrazione che all'endodinamica terrestre aprì nuovi orizzonti". Arricchì, inoltre, quell'Istituto di una raccolta di minerali anche sconosciuti e di materiale eruttivo vesuviano. Nel 1860 alla cattedra di fisica terrestre venne unita la direzione di una Specola metereologica connessa all'Osservatorio vesuviano e a completamento di quelle esperienze scientifiche fra cui l'indagine sulle correnti telluriche e pertanto non senza riferimenti all'attività del Vesuvio. Già per invito dell'Accademia Reale di Scienze, aveva elaborato una relazione in collaborazione con lo Scacchi sulla Geologia del monte Vulture e terremoto di Melfi (15 agosto 1851). Ma ne scrisse altre anche sul terremoto di Casamicciola (1881) e su quello dell'isola d'Ischia (1883). Nel 1882 vide la luce la sua memoria: Leggi ed origine dell'elettricità atmosferica tradotta in francese e in tedesco e nel 1893 l'altra memoria: La dottrina positiva dell'elettricità atmosferica che ribadiva i principi scientifici già enunciati. Costruiva intanto i suoi apparecchi:il Diagometro per l'analisi degli oli e dei tessuti, esposto alla Mostra universale di Vienna, l'Udografo per la misurazione delle piogge, l'Anemografo per l'esame della direzione e variabilità dei venti, e perfezionava con nuovo metodo il telegrafo magnetico-eletttrico. Pubblicò queste ed altre memorie (sull'ozono atmosferico, sulla rugiada, sulla scoperta dell'elio eccc) in riviste italiane e straniere e soprattutto negli Atti dell'Accademia Pontiniana e dell'Accademia Reale di Scienze a Napoli. Il nome di Palmieri è particolarmente legato al Vesuvio che per circa mezzo secolo fu dell'eminente fisico e vulcanologo illustrato con intelligente amore (Il Vesuvio e la sua storia; Il Vesuvio dal 1785 al 1894; Le Cronache del Vesuvio dal 1840 ecc.). Di questa sua ininterrotta attività fanno fede i quattro volumi degli Annali del Reale Osservatorio Vesuviano e la descrizione delle cinque eruzioni dal 1850 al 1872, e mentre colpiti dalla lava bruciavano i villaggi di Massa e di San Sebastiano, lo si vide tranquillo e sereno continuare le sue osservazioni. Riconoscimenti, non soltanto nazionali, premiarono la sua vasta e benemerita attività. Più volte rettore dell'Università di Napoli presiedette alla Reale Accademia delle Scienze e al Regio Istituto di Incoraggiamento. Per i suoi meriti scientifici fu nominato senatore nel 1875. Morì il 9 settembre 1896.

ALCUNE SUE INVENZIONI

L'ANEMOGRAFO
L'anemografo è formato da due parti: 1)Organi indicatori, 2) Apparecchio scrivente
Gli organi indicatori sono costituiti da a) un mulinello di Robinson con un dispositivo elettrico dotato di un tasto che ad ogni giro del mulinello chiude il circuito elettrico di una pila e invia un segnale all'apparecchio scrivente;
b) una specie di gabbia di lamina metallica a 4, o anche ad 8, facce verticali a forma tronco-conica, terminanti con una cavità emisferica. Ad ogni sia pur piccolo soffio di vento questi emisferi si orientano e spostano delle leve, le quali mediante un tasto chiudono il circuito di una pila e trasmettono così un segnale alla macchina scrivente.

L'UDOMETRO (Udografo)
Una vasca sul tetto raccoglie l'acqua piovana e la conduce attraverso un condotto nell'asse di una ruota, portante 10 cassette. Un opportuno dispositivo consente il passaggio dell'acqua dal condotto alla cassetta destra del diametro orizzontale della ruota ( e solo ad essa ). Una volta riempita d'acqua , la cassetta , a causa del suo peso, ruota e l'acqua ne fuoriesce e si versa nella vasca. Contemporaneamente la cassetta, nell'abbassarsi, dà un urto ad una leva che, mediante una seconda leva recante la matita determina un tratto su un foglio di carta collegata ad un tamburo (ecco perché l'apparecchio è un pluviografo), che ruota per l'azione di un orologio, compiendo un giro completo in 24 ore. Mediante un dispositivo "a scappamento", alla cassetta abbassata ne segue un'altra; l'acqua, sempre proveniente dalla vasca di raccolta sul tetto, si versa in questa fino a riempirla, facendole seguire il destino della precedente; e così per le altre cassette fino a che piove. Sapendo che ad ogni vaschetta vuotata corrisponde un millimetro di acqua caduta, e quindi un tratto di matita sul foglio di carta, dal numero dei tratti segnati sul foglio si ricava il numero di millimetri di acqua caduta durante la pioggia. L'acqua versata nella vasca scorre poi in un vaso cilindrico graduato, dal cui livello si riconferma la quantità di pioggia caduta, secondo i criteri dei pluviometri. L'apparecchio funziona insieme con l'anemografo e poiché i fogli di carta dei due apparecchi hanno la stessa lunghezza è possibile un confronto tra la velocità dei venti e la quantità di acqua caduta con la pioggia

ANGELO DI MARTINO, ILLUSTRE MEDICO E MATEMATICO
ANGELO DI MARTINO (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 10 maggio 1699. Fratello maggiore di Niccolò e di Pietro che furono tra i più illustri matematici del XVIII secolo. Compì i primi studi nel fiorente Seminario di Cerreto Sannita per poi frequentare in Napoli la scuola di Giacinto De Cristofaro (1650-1730) allora in fama come docente di matematica. Si dedicò in seguito alla medicina ottenendo per concorso nel 1736 la cattedra fisico-medica nell'Università. Nel 1740 sostituì il fratello Niccolò inviato come segretario d'ambasciata alla Corte di Spagna, nella cattedra di matematica, mantenendo quell'insegnamento sino al 1744, data della sua prematura morte che gli impedì, fra l'altro, di esercitare l'ufficio di archiatra di Corte al quale era stato già designato. Lasciò manoscritte le sue Institutiones hydrostatices che sono conservate nella Biblioteca Nazionale di Napoli.


MICHELE NICOLARO (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 22 agosto 1745. Fu allievo, a Napoli, del Genovesi e del matematico Vito Caravelli. Insegnò a Capua in una delle scuole statali sorte dopo la soppressione dei collegi della Compagnia di Gesù. Scrisse un trattato dal titolo Elementi della Critica e in esso espose i criteri per un esame ragionato e obiettivo delle opere dell'ingegno. Gli Elementi, però, non furono da lui pubblicati perché morì prematuramente a Faicchio. Vennero in seguito alla luce, ma sotto il nome di Fabrizio Stocchi primicerio della Cattedrale di Capua, suo discepolo. Morì l'11 aprile 1780

DOMENICO ANTONIO PALMIERI (Dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 4 agosto 1745. compì i suoi primi studi nel Seminario di Cerreto Sannita e nel Collegio gesuitico di Napoli. Fu discepolo di Antonio Genovesi nell'Università di Napoli. Di svegliato ingegno e di gioviale temperamento, ebbe facile l'estro della poesia rivelandosi arguto e mordace verso qualche suo detrattore. Conseguita la laurea in Diritto civile e canonico, esercitò l'ufficio di governatore in Gioia del Colle, Avella, Bovino e Andria. La spietata reazione che tenne dietro alla fine della Repubblica Napoletana del 1799, lo depresse profondamente e ritenendosi compromesso chiese asilo agli Alcantarini che lo accolsero nel loro convento eretto alle falde del monte Erbano. In quella solitudine "fingendosi scimunito" scrisse l'Apotheosis Filopatridon sive Herculanense illustriorum Civium Pantheon. Non potendo -afferma un suo biografo- "dare a sé e agli amici politici altro conforto, prese l'idea della Mole ercolanense e innalzò alle più illustri vittime un Pantheon e ogni eroe ebbe il suo cenotafio ogni sarcofago ebbe inciso il nome, e il conciso elogio di ciascuno è dato o in greco o in latino. Quattordici sono gli autori greci e dieci gli autori latini. I sarcofagi sono 97". Scrisse anche un trattato Il Focione, a dimostrazione degli immensi mali della guerra e dei benefici della pace, e molte poesie (quasi tutte perdute) e fra esse "una canzone pindarica che poteva stare a fronte con la migliore del "Filicaia" e un ditirambo (1813) che solo poteva pareggiare col "Bacco in Toscana" del Redi. La sua opera maggiore fu fatta conoscere nel 1899 dopo l'oblio di un secolo. Morì a Faicchio il 16 giugno 1818.

GIOVANNI PASCALE, IL FONDATORE DELL'ISTITUTO PER LA CURA DEI TUMORI
GIOVANNI PASCALE (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 19 marzo 1859. Seguì gli studi di medicina nell'Università di Napoli, allievo di luminari del tempo e fra essi il D'Antona che nel 1884 ebbe come maestro di Patologia chirurgica. Quell'anno conseguita la laurea, si recò all'estero per perfezionarsi nelle particolari cliniche chirurgiche. Del D'Antona fu assistente volontario e, nel decennio 1890-1900, aiuto ordinario. Conseguita nel 1894 la libera docenza in Patologia e propedeutica chirurgica, pubblicò i suoi primi risultati sperimentali, segnando le prime orme nel campo della Patologia. Nel 1896 vinto in seguito a concorso il posto di primario chirurgo nell'Ospedale napoletano di S.Maria della Pace, pubblicò notevoli lavori clinici (Innesti ossei: Risultati sperimentali e ricerche istologiche; Piede varo equino: Patogenesi e speciale processo operativo; Cistomia soprapubica. Contributo e modifica alla tecnica operativa ecc.). Nel 1898 conseguita anche la libera docenza in Clinica chirurgia fu incaricato su proposta del D'Antona del Corso di Semiotica chirurgica. Nel 1906, infine, vinceva il concorso universitario per la seconda Clinica chirurgica e quando il D'Antona morì (1913) fu suo successore. Importanti pubblicazioni di questo periodo riguardano la Patogenesi dell'appendicite; l'Empiema e sua cura; Gli aneurismi e loro trattamento chirurgico ecc. Sostenitore dell'asepsi -mente D'Antona fu vero antesignano della chirurgia antisettica- Pascale organizzò tra i primi, il suo reparto ospedaliero informandolo ai principi della sterilizzazione col calore. Nella sua scuola dove al rigore del metodo unì sempre nuove esperienze soprattutto d'indole clinica e di chirurgia operatoria, ebbe l'entusiasmo di allievi che amavano in lui "l'operatore elegante e sicuro", la chiarezza espositiva e quel sentimento umanitario al quale attraverso la professione e fuori di essa, informò tutta la sua vita. La guerra 1915-18 orientò pertanto il Pascale verso l'impostazione e la soluzione di problemi particolarmente sociali. Generale medico del X e XI corpo d'armata creò ospedali per il ricovero e la cura dei feriti di guerra e non mancò di dirigerne qualcuno e tra essi l'Ospedale territoriale di riserva di Benevento (settembre 1915). Cessate le ostilità belliche si adoperò perché sorgessero adatti sanatori per i tubercolotici di guerra e poté vedere attuati i preventori per i bambini minacciati da quel male. Altro grave problema si impose negli ultimi suoi anni quello del cancro e fu sua sicura benemerenza l'Istituto per lo studio e la cura dei tumori maligni. Ebbe la soddisfazione di veder sorgere a Napoli sulla collina di Capodimonte, un padiglione riccamente attrezzato "che a tanto maggior diritto egli poté considerare una sua creazione in quanto a favore della fondazione, egli aveva erogato una cospicua parte della sua sostanza che rappresentava il frutto di tutta la sua vita di lavoro". Integrò l'attività dell'Istituto con un "Centro diagnostico e curativo dei tumori maligni" annesso alla prima Clinica chirurgica dell'Università. Non dimentico del suo paese nativo, volle che sorgesse a Faicchio la "Fondazione Pascale" per accogliere ed educare i bambini orfani. Fra le sue pubblicazioni di contenuto sociale: Storpi, ciechi e mutilati degli arti; L'Ospedale di Napoli MCMXVI (poi Asilo Vittorio Emanuele III per i figli e gli orfani dei militari); La scuola di rieducazione per i mutilati di Lecce; L'Ospedale di S.Maria Egiziaca a Napoli. Sue conferenze popolari divulgarono il problema dell'allora diffusa tubercolosi. Senatore dal 6 ottobre 1919, di quest'ultimo problema si fece anche relatore al Senato. L'abnegazione nel compimento del proprio dovere che mai si scompagnò dalla sua operosità di scienziato e di insegnante doveva nobilmente concludersi mentre era intento ad operare un infermo. Colpito da improvviso malore, volle che i suoi assistenti proseguissero, senza pensare a lui. Morì due giorni dopo, il 28 ottobre 1936.

LUIGI PASCALE, GENIALE AVVOCATO
LUIGI PASCALE (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio nel 1870. Compì i suoi studi di giurisprudenza nell'Università di Napoli. Dotato di soda cultura e di attrattiva oratoria, si affermò tra i più geniali avvocati del Foro meridionale. Agile ed efficace prosatore, rivelò doti e felici intuiti di psicologia giudiziaria. Suoi notevoli scritti, oltre quelli di stretta natura giuridica, furono: Luci e ombre su la Toga e i Codici contro la vita con prefazione di Alfredo De Marsico. Partecipò attivamente alla vita pubblica, fu deputato nelle legislature XXV-XXVI e portò il suo apprezzato contributo ad importanti riforme nel campo amministrativo. Discutendosi il progetto di riforma della burocrazia e del decentramento, mostrò piena consapevolezza di quegli annosi problemi. Interventista durante al prima guerra mondiale, collaborò alle opere assistenziali al pari del fratello Giovanni e con l'efficacia della parola mantenne viva la fede nella vittoria italiana. Morì il 23 novembre 1949.

GIULIO PORTO, IL SACERDOTE-POETA MASSACRATO DAI BRIGANTI
GIULIO PORTO (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 30 novembre 1795. Nel 1807 entrò nel Seminario di Cerreto Sannita e ne uscì ordinato sacerdote nel 1823. Facondo oratore sacro, portò nell'eloquenza del pergamo la sua sicura cultura umanistica, né trascuro la poesia italiana. Molte sue composizioni manoscritte soffuse dell'"apparato poetico, narrativo e descrittivo di Virgilio, di quello variamente affettivo di Orazio, e di quello infine, passionale per affetti casti e gentili di Catullo", conservate nel Seminario di Cerreto Sannita, appaiono varie per genere (elegiaco, epigrammatico, epico) e per contenuto (biblico, politico, sociale) come Sansone e Giona, Dei invocatio contra Galliam, Allocutio Menenii Agrippae ecc. Non fu certo serena la sua vita dotato, come fu, di fermo e severo temperamento. E fu un vile "massacro" quello che fu compiuto a Faicchio sulla sua persona dai "briganti" inviati da un suo nemico la notte del 6 settembre 1861.











NICCOLO' DI MARTINO, PROFESSORE ALLA CORTE DEI BORBONI
NICCOLO' DI MARTINO (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 6 dicembre 1701. Al pari degli altri suoi fratelli, Angelo e Pietro, fu allievo nel Seminario di Cerreto Sannita allora in fiore per ottimi maestri. Fu sacerdote e dopo essersi addottorato in giurisprudenza e in teologia, si dedicò, a Napoli, alla matematica, frequentando la scuola di due luminari del tempo, Giacinto De Cristofaro (1650-1730) e Agostino Ariani (1672-1748), quest'ultimo titolare della cattedra di Geometria e Matematica (poi Matematica analitica) nei Regi Studi. Aveva venti anni quando fu prescelto come sostituto dell'Ariani e trentuno quando in seguito all'attività riformatrice del Cappellano maggiore che presiedeva all'università, Celestino Galliani, ottenne quella cattedra in seguito a concorso (nov.1732). Fin dal 1724 egli aveva dato prova ( a parte le sue lezioni) di una feconda attività scientifica che doveva poi renderlo noto e stimato non solo in Italia, ma anche oltralpe, se ricorderemo l'elogio che di lui fece il Voltaire. Quell'anno pubblicò una memoria in appendice all'opera del matematico Tacquet (1612-1660): "De permutationibus et combinationibus" e l'anno seguente due volumi di Elementa Algebrae, trattando in essi rispettivamente: "de calculo letterali sive specioso" e "de speciosa problematum resolutione". Successivamente Elementa statices in tyronum (1727), Institutiones Logicae (1728), Elementa Geometriae planae (1729). Nel 1734 finì di comporre in latino un trattato in due volumi sulle Sezioni coniche dedicato a Faustina Pignatelli principessa di Colubrano, già su allieva. Nello stesso tempo si ristampavano, con l'aggiunta di un terzo volume di geometria, gli Elementi di Algebra del 1725. Questa feconda operosità si interruppe nel 1740 quando re Carlo di Borbone inviò il Di Martino presso la Corte di Spagna in qualità di segretario di legazione del principe di San Nicandro. La sua cattedra universitaria venne allora affidata al fratello Angelo che la tenne sino al 1744 quando morì. Richiamato nello stesso anno per dare incremento all'Accademia militare di nuova istituzione, il Di Martino dedicò al re i suoi nuovi Elementi di Geometria pratica. Non portò a termine la stampa di un Trattato dell'equilibrio del moto dei corpi che vide la luce solo dopo la morte del suo autore. L'11 febbraio 1754 fu nominato direttore ed esaminatore del Real Corpo degli Ingegneri e Guardia Marina; il 4 ottobre 1760, direttore degli Studi della Real Piaggeria; nel 1761 Carlo di Borbone divenuto re di Spagna, gli affidava l'istruzione dell'erede al trono di Napoli, Ferdinando, con lo stipendio di 42 ducati al mese. Scrisse allora per il reale infante, quelle Lezioni di geometria il cui manoscritto è conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli. Di Martino pubblicò l'ultimo suo lavoro l'anno stesso della sua morte. Il trattato in tre volumi scritto per gli allievi dell'Accademia Militare e ritenuto la migliore sua opera: Elementi della Geometria così piana, come solida, con l'aggiunta di un breve trattato delle Sezioni coniche. Altro aveva in animo di pubblicare come dimostrano i manoscritti da lui lasciati e qualche manoscritto che il nipote Giuseppe Di Martino, ingegnere militare, pubblicò (La teoria delle mine e la misura delle volte, il primo tomo della Architettura militare e il Trattato dell'equilibrio e del moto de corpi). Il Di Martino, tra l'altro, ebbe corrispondenza con i primi letterari di Europa, fu socio di numerose accademie, rifiutò per non distrarsi dai suoi studi l'aricvescovato di Salerno e riverito da giovani sovrani venne amato e rispettato da scienziati italiani e stranieri. Fra i suoi discepoli Mario Pagano e Antonio Genovesi che lo ricordò come "summus Geometra". Morì l'8 dicembre 1769

PIETRO DI MARTINO, INSIGNE ASTRONOMO E MATEMATICO
PIETRO DI MARTINO (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio l'1 giugno 1707. Fratello di Angelo e di Niccolò, fu allievo del matematico Giacinto De Cristofaro (1650-1730). Nel 1734 diede alla luce un Corso di Fisica che rifuse nel 1738 nei suoi Philosophiae naturalis Institutiones libri tres. Dopo essere stato presso l'Osservatorio di Bologna per le sue particolari attitudini alle investigazioni astronomiche, ottenne nel 1735 nei Regi Studi di Napoli, la cattedra di Astronomia e di Nautica (poi Astronomia e Calendario) e nello stesso tempo, altra cattedra nella Reale Accademia di Marina e fu il primo a determinare la latitudine di Napoli dal monastero di San Severino. Nel 1736 pubblicò gli Elementi della Geometria piana composti da Euclide megarese, opera che ebbe successive edizioni dal 1740 al 1824 e due anni dopo, una non meno diffusa Aritmetica pratica e teorica ugualmente ristampata fino al 1854. Nel 1740, invece, diede alla luce due memorie molto apprezzate nel campo scientifico dell'epoca, il De luminis refractione et motu e il De corporum quae moventur viribus earumque aestimandarum Ratione. La prima memoria esamina la famosa controversia sulle leggi della rifrazione della luce, la seconda, la non meno dibattuta questione sul come doversi ottenere la misura della forza. Tra gli opposti pareri di cartesiani e leibniziani, il Di Martino dimostrò la loro possibile conciliazione. Morì a Napoli nel 1746 alla prematura età di 39 anni.

LINGUITI, MIRABILE STUDIOSO DELLE MALATTIE MENTALI
GIOVANNI MARIA LINGUITI (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio nel 1773. Dottore in legge e in teologia lasciò nei primi dell'Ottocento l'Ordine dei Serviti per darsi alla medicina. I suoi nobili ed elevati sentimenti lo portarono a considerare l'inumano trattamento usato ai folli un po' dovunque in Europa e, pertanto, anche a Napoli dove i ricoverati nel grande Ospedale degli Incurabili erano mal nutriti, trattati con la frusta e le catene, sicché la mortalità annuale si aggirava intorno al trenta per cento. Pubblicò, quindi, nel 1812 le sue Ricerche sopra l'alienazione della mente umana che suscitarono l'interesse dei dotti e dell'illuminato governo di Gioacchino Murat. Sorse ben presto, nel 1813, il manicomio di Aversa che ebbe in Linguiti il suo primo direttore il quale poté prescrivere con moderni criteri, metodi di cura e pietoso e umano trattamento ai ricoverati. La rinomanza dell'istituzione varcò i confini del regno di Napoli e dotti e illustri personaggi ebbero modo di apprezzare e lodare gli ordinamenti di quella casa di cura. In particolare si recarono in visita ad Aversa in quegli anni l'Imperatore Francesco I d'Austria e l'Imperatrice consorte Carolina Augusta di Baviera, seguiti dal Metternich, l'Arciduca Giuseppe di Sassonia , il Re e la Regina di Baviera, il Principe ereditario di Danimarca, il Principe reale di Svezia, l'Arciduca Michele e l'Arciduchessa Elena della Russia, la duchessa di Parma Maria Luisa, vedova di Napoleone I.. Linguiti morì a Portici il 19 settembre 1825.

VINCENZO PORTO, MATEMATICO AUTORE DI UN TRATTATO SULLA NAVIGAZIONE DI BEN 16 VOLUMI
VINCENZO PORTO (dal Dizionario Bio-Bibliografico del Sannio)
Nacque a Faicchio il 12 settembre 1747. Fu allievo nel Seminario di Cerreto Sannita dove ebbe ottimi insegnanti. Rinunziò allo stato ecclesiastico per dedicarsi alla matematica e all'ingegneria. A Napoli fu discepolo e poi sostituto nella scuola privata dell'abate Vito Caravelli a sua volta già discepolo di Niccolò Di Martino. Vincenzo Porto aprì anche una scuola che, assai frequentata, gli permise di crearsi una ricca biblioteca. Nel 1769 appena ventiduenne, fu da Antonio Genovesi proposto al ministro Tanucci per la cattedra di Geometria nella Casa del Salvatore (ex collegio Massimo dei Gesuiti) a Napoli. Il Genovesi lo giudicò "giovanetto di grande apertura di ingegno e di aspettazione; dotto tanto nella Geometria elementare, nella dottrina delle curve, dell'aritmetica, algebra, analisi, da potere con dignità servire da sostituto nella scuola privata del più grande geometra e calcolatore che si ha in Italia, D:Vito Caravelli". In seguito fu direttore del Real Collegio di Marina allora a Portici e, nel 1785, in qualità di Istruttore delle Guardie Marine fu a Cartagena, dove si trattenne due anni incaricato dalla Corte di Madrid del miglioramento di quel porto. Nel 1796 completava un Trattato di Navigazione di ben sedici volumi per uso degli allievi del Real Collegio di Marina. Aveva anche scritto un Trattato sulla navigazione a vapore ed altro sul Calcolo integrale e di quest'ultimo vide la luce solo un compendio (Trattato del Calcolo integrale di Vincenzo Porto per uso del Real Collegio Militare, Napoli, Raimondi, 1786). Opera sua fu anche la Meridiana del Real Palazzo di Napoli. Proclamata la repubblica Napoletana, il generale Championnet il 14 febbraio 1799 lo nominò componente della prima classe (scienze matematiche) dell'Istituto Nazionale. Con lui due altri sanniti Filippo Guidi e Giuseppe Cassella. Caduta la repubblica e tornato sul trono Ferdinando IV di Borbone, l'indulto da lui emanato il 25 aprile 1800 non liberò Vincenzo Porto dalle carceri di Ischia. La Giunta di Stato gli concesse la libertà solo nel maggio 1801. Ritornò a Faicchio ma la "malsania causatogli dalla penalità e i disagi del lungo carcere sofferto" gli abbreviarono la vita. Morì tre mesi dopo, il 17 agosto 1801.



 
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